La parola agli importatori

Abbiamo intervistato diversi importatori esteri, da Hong Kong, Giappone e Singapore per avere una panoramica diretta su come si stanno muovendo i mercati enoici globali.

Per tanto tempo, in questo momento incerto e arduo, abbiamo compreso e condiviso quali fossero le difficoltà delle cantine e dei produttori italiani, quali ostacoli hanno dovuto superare e quali invece le nuove idee per reinventarsi per superare questo periodo nefasto.

Questa volta, invece, abbiamo puntato i riflettori sugli importatori ed attraverso lo Speedtasting digitale di Michele Shah, abbiamo voluto creare un network cercando di comprendere le impressioni e le difficoltà da chi direttamente presidia i mercati esteri. Comprendere il punto di vista dei buyer è un’occasione di rilievo non solo per incrementare i legami commerciali, ma si rivela un’ottima prospettiva per la creazione di una rete estesa di relazioni tra i buyer stessi e tra i buyer e le cantine italiane, capaci così di scambiarsi informazioni in tempo reale comprendendo dualmente le necessità.

In questo periodo, una moltitudine di articoli e numeri ci stanno illustrando gli studi dell’anno passato e le previsioni per i prossimi anni. Dati molto importanti, frutto di ingente studio, tuttavia, con la praticità che ci contraddistingue, abbiamo cercato di avere una chiara idea di ciò che sta succedendo nel mondo direttamente dagli importatori che vivono il mercato ed hanno un accesso immediato ai feedback ed a ciò che sta succedendo nei diversi canali.

Annette Scarfe, Master of Wine ed importatrice ci rivela che a Singapore la situazione è stata una delle più fortunate. Avendo Singapore la conformità territoriale di un’isola, è stato abbastanza facile arginare il Covid-19, consentire gli spostamenti e non chiudere i ristoranti, che come sappiamo sono un canale fondamentale per la vendita del vino.

L’on-trade sale, ovviamente, ha visto una riduzione della domanda di vino a causa del distanziamento sociale imposto, tuttavia, grazie alla possibilità di spostarsi da un capo all’altro della città, questa pandemia ha visto l’aggregazione di importatori che sono rimasti curiosi ed attivi nei confronti dei vini esteri.

Annette, infatti, conferma che a Singapore  la domanda di vino importato è rimasta alta e si sono svolti tanti eventi, call e degustazioni digitali nonostante le difficoltà del caso. Spesso, infatti, erano i buyer stessi ad invitare altri colleghi per partecipare a degustazioni ed incontri con i produttori, quasi come una necessità e voglia di ricreare una situazione di convivialità e sinergia che da sempre ha contraddistinto gli eventi vinicoli.

Situazione diversa per il Giappone, che è stato caratterizzato da un anno di alti e bassi, con una maggior crescita delle importazioni specialmente nei mesi estivi, ridottasi drasticamente a dicembre. A causa dell’incertezza della situazione, inoltre,  molti consumatori preferiscono restare nelle proprie abitazioni o comunque prediligono i momenti conviviali in una sfera più ridotta. Pertanto, il consiglio per i produttori italiani, è quello di concentrarsi maggiormente anche sulle necessità del mercato off-premise, che in Giappone sta avendo una notevole crescita e che sicuramente sarà interessante monitorare anche una volta finita la pandemia.

Hong Kong invece, a metà tra la Cina e l’Occidente, presenta una situazione del tutto differente e interessante da analizzare, come ci rivelano Simon Cheung di La Vigna e Roberto Cioaca di Heritage Wines HK.

A Hong Kong la situazione risulta ancora instabile ed incerta, le cene ai ristoranti non sono consentite e durante i pranzi, a differenza dei consumatori occidentali, gli asiatici non sono soliti consumare vino o alcolici.

Se ne conviene, pertanto, un cospicuo incremento delle vendite online per un consumo casalingo ed in una ristretta cerchia di persone. Risulta quindi fondamentale appoggiarsi ad una valida e conosciuta piattaforma online per la vendita e la distribuzione del vino, per arrivare ad un maggior numero di potenziale consumatori.

Tuttavia, l’utilizzo esclusivo delle piattaforme e-commerce non è valido per tutti i tipi di vini. Si è riscontrato, infatti, che l’approccio online sia più prontamente valido per quei vini categorizzati come entry-level, ovvero vini novizi sul mercato e di una fascia più bassa. Questo perché i consumatori di Hong Kong, seppur hanno contribuito ad una rapida ascesa degli ordini online, non sono soliti acquistare quantità ingenti, capita spesso, infatti, che vengano acquistate solo uno o due bottiglie per la settimana e si preferisce in questa occasione procedere ad un acquisto sicuro e non troppo dispendioso. Diversa è la situazione per i ritrovi sociali, dove il vino rappresenta uno status symbol e si tende a spendere maggiormente selezionando con cura il brand.

L’approccio online, invece, sembra non essere molto redditizio per i vini di una fascia più alta, soprattutto in questo momento in cui il settore Horeca opera al 20% delle sue potenzialità. Per questa fattispecie si necessita di una relazione diretta con importatori e buyer che presidiano il mercato attivamente in quanto ad una qualità ed un prezzo più alto risulta importante affiancare anche una struttura elaborata volta sostenere e distribuire correttamente il prodotto.

Tante preziose osservazione e consigli, sono quindi emersi dal rapporto diretto con i buyer che ci hanno dato una prospettiva immediata di ciò che sta succedendo in live nei mercati asiatici. Ci auguriamo, pertanto, che questi network possano entrare a far parte più frequentemente di una rete di condivisione tra cantine e buyer che faciliti la prospettiva e la comunicazione per entrambe le parti.

Dove c’è cambiamento serve motivazione

La rubrica Wine-counseling ti offre uno stimolo per poter rafforzare le tue competenze professionali. Oggi parliamo di auto-motivazione.

“Non si deve lottare solo per cercare importatori e vendere, devi anche lottare per “tenerti” i clienti i quali si aspettano miracoli, ed alle prime difficoltà “chiudono i rubinetti” o si ritirano dal “progetto” costituito. E in più i titolari delle aziende con cui collaboro sembrano non capire che il mercato è cambiato e che dobbiamo modificare qualche azione. Mi sembra di fare sacrifici enormi, scalare montagne, inventarmi nuove modalità per poi partorire un topolino. Lo confesso: comincio ad essere stanco, anche se da sempre sono un ottimista”.

Questo l’estratto di una mail ricevuta da un Export Manager. Come biasimarlo? Come non sentirci solidali con lui?

Ma allora che cosa possiamo fare per recuperare fiducia? Per trovare un senso in quello che quotidianamente stiamo facendo per far ripartire il nostro lavoro?

Nei momenti di incertezza come quello che stiamo vivendo, le certezze vanno ricercate dentro di noi.

La motivazione è necessaria in ogni ambito che si confronti con l’imprevedibilità e il cambiamento, o nelle equivalenti situazioni e dove nessuno ci può dare delle coordinate, dove solo noi possiamo fare il primo passo per il cambiamento.

La motivazione è la capacità di muoversi verso qualcosa con determinazione e costanza.

L’auto-motivazione è la capacità di motivare se stessi  per affrontare le sfide quotidiane che caratterizzano i diversi ambiti della nostra vita.

Non possiamo pensare che sia sempre uno stipendio a motivarci, o che sia un bravo datore di lavoro a stimolarci, o i nostri importatori con i loro ordini.

È fondamentale che qualcosa si generi direttamente da noi. Altrimenti abbiamo fallito in partenza e rimarremo fermi.

 

Questa abilità dipende dalla gestione emotiva: la capacità di influenzare e gestire in autonomia le proprie emozioni, perché l’auto-motivazione riguarda la propria “intimità”.

È  un’abilità che non dipende dalle circostanze, può da queste essere stimolata, ma ha a che fare direttamente con la nostra visione del mondo e con la relazione con se stessi.

Il mondo del vino richiede auto-motivazione, infatti si tratta di un ambito nel quale “le persone” sono il principale protagonista, più che il vino che ne è l’espressione.
Come si può allenare? 
Proprio sviluppando autodisciplina e gestione emotiva.

Ecco alcuni consigli:

  • Prima cosa impara a riconoscere i tuoi limiti e in quale circostanza professionale ti è richiesta auto-motivazione.
  • Nel quotidiano esercitati al lavoro facendo chiarezza sui risultati che vuoi raggiungere in un determinato periodo e impegnati per realizzarli.
  • Cerca di trovare i valori del tuo lavoro: che cosa ti fa trovare il senso in quello che fai?
  • Annota cosa trovi più difficile fare e cosa più facile: essere costanti, gestire la tua parte emotiva (timori, entusiasmo..), essere intransigente con te stesso o indulgente
  • Indica tutte le opportunità e i benefici che otterresti affrontando la situazione
  • Immagina che tutto sia andato esattamente come speravi. Come ti vedi? Come ti senti? Cosa hai ottenuto? Cerca di visualizzare te stesso in questo nuovo contesto.

Dopo questa fase di consapevolezza si possono attivare le risorse necessarie per allenare la propria motivazione, che non è un “dovere” ma è la naturale conseguenza di un esercizio fatto quotidianamente.

E voi, cosa fate per auto-motivarvi, soprattutto in questa fase?

I guardiani del cambiamento

La situazione attuale vuole fermarci o mettere alla prova la nostra volontà?

Nel viaggio dell’eroe (lo schema narrativo tipico delle grandi avventure narrative, nato dal libro di Vogler) l’intento del nostro guerriero è quello di accedere al mondo straordinario proprio in virtù del suo non sentirsi più consono rispetto a quello attuale.

La strada del cambiamento, lastricata e piena di insidie, è un viaggio fuori e dentro di sé, proprio ad indicare da un lato un percorso esterno ma dall’altro anche un viaggio alla scoperta di sé stessi, delle proprie risorse e delle correlate difficoltà contraddistintive.

È quel fuoco che ci smuove a desiderare qualcosa di più, o banalmente la necessità di cambiare in un mondo che cambia.

 

Questo schema non esiste quindi solo nei romanzi in cui ci siamo persi, o nelle pellicole che tanto ci hanno emozionato. È presente invece anche nella vita di Tizio e Caio che vorrebbero un ruolo professionale più consono alle loro potenzialità, ma per un motivo o per l’altro resistono a questo cambiamento.

 

In questo viaggio esistono, come ci mostra lo storico statunitense, diverse fasi o archetipi associati.

Non solo Mondo Ordinario e Straordinario quindi ma anche Prove, Alleati o Nemici.

Su questi ultimi ci vorremmo concentrare in questa sede.

Ci piace definirli, assieme ad altri elementi che oggi non analizzeremo, i Guardiani del Cambiamento: esseri, situazioni o condizioni interne capaci di impedire l’accesso a quel mondo tanto anelato.

Questi guardiani possono essere paure, vecchie abitudini, nemici, difficoltà da incontrare o errate disposizioni.

Insomma, sono a tutti gli effetti delle resistenze, dei blocchi, che impediscono il tuo cambiamento.

La loro natura è però solo una tua percezione: qualcuno li potrebbe vedere come ostacolo invalicabile, altri come elemento in grado di dirti se sei degno di questo nuovo mondo.

 

Buddha diceva che “il cambiamento non è mai doloroso, solo la resistenza al cambiamento lo è”.

 

Si parla e abbiamo parlato tanto di cambiamento, a maggior ragione in questo periodo in cui pare necessario agirlo.

Quanto però spesso ci risulta difficile farlo?

 

Il nodo, facendo capo al Modello Strategico, lo possiamo ritrovare in un’attitudine tipica dei sistemi viventi. Il suo nome è Omeostasi. Essa è una disposizione volta a conservare le proprie caratteristiche al variare delle condizioni esterne attraverso meccanismi di autoregolazione.

Può essere risorsa, come quando manteniamo la nostra temperatura stabile nonostante l’alzarsi o l’abbassarsi di quella esterna, o disastrosa, come quando non cambiamo in un periodo come questo che ha stravolto le regole del gioco.

 

Purtroppo esistono davvero molte resistenze e sono diversi i modelli che le analizzano.

 

Alcuni blocchi sono di natura emotiva, altri di origine razionale o sociale.

 

Nel Modello Strategico ad esempio possiamo osservare la differenza fra le persone che vorrebbero cambiare ma non sanno come fare. O quelle che sanno come fare ma hanno blocchi di natura emotiva o irrazionale. O ancora quelle che possono cambiare ma per qualche motivo non vogliono farlo.

 

Esistono anche blocchi più generici ma comunque sostanziali. Pensiamo alle credenze limitanti, i bias, la pigrizia o l’insicurezza.

Cosa fare ad esempio rispetto a quest’ultima?

I protocolli sono rigorosi e le tecniche strategiche molteplici. A volte però basta qualche domanda intelligente.

Mettiamo che non ti piaccia il posto in cui lavori ma l’insicurezza su come ti troverai a livello relazionale nella prossima occupazione ti blocca. Hai paura dell’avere nuovi colleghi che non siano il massimo.

Alcuni interrogativi utili che potresti porti sono:

– Sei così sicuro che il team con cui lavori adesso rimarrà sempre lo stesso? Se così non fosse (il turn over è sempre più frequente) ti troveresti non solo a fare un lavoro che non ti piace ma anche a stare con colleghi nuovi con cui potresti non trovarti come ora.

– Mi stai dicendo che preferisci essere infelice ma sicuro piuttosto che più soddisfatto del nuovo ruolo ma insicuro delle relazioni?

– Su quali basi si fonda la tua supposizione riferita al fatto che potresti non stare bene con quelle persone?

– Da chi sarà determinata la qualità delle nuove relazioni, solo da loro o anche da te?

– In passato non hai mai avuto situazioni simili in cui hai affrontato la tua insicurezza?

 

Sono poche domande che possiamo porci in situazioni di questo tipo.

Non sono le uniche ma nel coaching di sicuro possono aiutarci a inquadrare meglio la situazione e sbloccare alcuni nodi.

 

Puoi portele anche tu, ricordatelo!

Dove c’è cambiamento serve motivazione

La rubrica Wine-counseling ti offre uno stimolo per poter rafforzare le tue competenze professionali. Oggi parliamo di auto-motivazione.

“Non si deve lottare solo per cercare importatori e vendere, devi anche lottare per “tenerti” i clienti i quali si aspettano miracoli, ed alle prime difficoltà “chiudono i rubinetti” o si ritirano dal “progetto” costituito. E in più i titolari delle aziende con cui collaboro sembrano non capire che il mercato è cambiato e che dobbiamo modificare qualche azione. Mi sembra di fare sacrifici enormi, scalare montagne, inventarmi nuove modalità per poi partorire un topolino. Lo confesso: comincio ad essere stanco, anche se da sempre sono un ottimista”.

Questo l’estratto di una mail ricevuta da un Export Manager. Come biasimarlo? Come non sentirci solidali con lui?

Ma allora che cosa possiamo fare per recuperare fiducia? Per trovare un senso in quello che quotidianamente stiamo facendo per far ripartire il nostro lavoro?

Nei momenti di incertezza come quello che stiamo vivendo, le certezze vanno ricercate dentro di noi.

La motivazione è necessaria in ogni ambito che si confronti con l’imprevedibilità e il cambiamento, o nelle equivalenti situazioni e dove nessuno ci può dare delle coordinate, dove solo noi possiamo fare il primo passo per il cambiamento.

La motivazione è la capacità di muoversi verso qualcosa con determinazione e costanza.

L’auto-motivazione è la capacità di motivare se stessi  per affrontare le sfide quotidiane che caratterizzano i diversi ambiti della nostra vita.

Non possiamo pensare che sia sempre uno stipendio a motivarci, o che sia un bravo datore di lavoro a stimolarci, o i nostri importatori con i loro ordini.

È fondamentale che qualcosa si generi direttamente da noi. Altrimenti abbiamo fallito in partenza e rimarremo fermi.

 

Questa abilità dipende dalla gestione emotiva: la capacità di influenzare e gestire in autonomia le proprie emozioni, perché l’auto-motivazione riguarda la propria “intimità”.

È  un’abilità che non dipende dalle circostanze, può da queste essere stimolata, ma ha a che fare direttamente con la nostra visione del mondo e con la relazione con se stessi.

Il mondo del vino richiede auto-motivazione, infatti si tratta di un ambito nel quale “le persone” sono il principale protagonista, più che il vino che ne è l’espressione.
Come si può allenare? 
Proprio sviluppando autodisciplina e gestione emotiva.

Ecco alcuni consigli:

  • Prima cosa impara a riconoscere i tuoi limiti e in quale circostanza professionale ti è richiesta auto-motivazione.
  • Nel quotidiano esercitati al lavoro facendo chiarezza sui risultati che vuoi raggiungere in un determinato periodo e impegnati per realizzarli.
  • Cerca di trovare i valori del tuo lavoro: che cosa ti fa trovare il senso in quello che fai?
  • Annota cosa trovi più difficile fare e cosa più facile: essere costanti, gestire la tua parte emotiva (timori, entusiasmo..), essere intransigente con te stesso o indulgente
  • Indica tutte le opportunità e i benefici che otterresti affrontando la situazione
  • Immagina che tutto sia andato esattamente come speravi. Come ti vedi? Come ti senti? Cosa hai ottenuto? Cerca di visualizzare te stesso in questo nuovo contesto.

Dopo questa fase di consapevolezza si possono attivare le risorse necessarie per allenare la propria motivazione, che non è un “dovere” ma è la naturale conseguenza di un esercizio fatto quotidianamente.

E voi, cosa fate per auto-motivarvi, soprattutto in questa fase?

Anche i cambiamenti necessari sono difficili da attuare

Per parlare di benessere organizzativo nelle aziende del vino dobbiamo superare i modelli organizzativi tradizionali.

Nell’articolo introduttivo al tema del Benessere organizzativo abbiamo riassunto i motivi per i quali un’azienda vitivinicola dovrebbe pre-occuparsi del benessere e della soddisfazione dei suoi manager e collaboratori. Ma prima ancora di approfondire il tema, dobbiamo sciogliere un nodo fondamentale: un clima positivo a livello relazionale e un’organizzazione chiara, basata sulla corretta attribuzione di deleghe e sulla corresponsabilità non sono compatibili con il modello organizzativo tradizionale (gerarchico, accentrato su una o poche persone, poco trasparente nella comunicazione interna… in poche parole, fondato sul motto Dìvide et ìmpera).
A dare la prima spallata a un sistema di gestione delle persone e dei processi vecchio quasi come il mondo (gli imperi, gli eserciti, le religioni, fino alla prima era industriale con il taylorismo) erano già state le grandi mutazioni sociali, che hanno fatto emergere nuovi bisogni a livello personale, unite al contesto economico, politico e civile divenuto sempre più complesso, incerto e instabile (VUCA, per usare un acronimo di moda). Se proprio serviva il colpo di grazia, è arrivato il lockdown con la necessità di attivare in modo improvviso e diffuso il lavoro a distanza (primo passo verso lo smart working vero e proprio).

Oggi quasi tutti si dicono tendenzialmente d’accordo con la necessità di evolvere verso modelli organizzativi più “smart”, ma la realtà è lenta ad adeguarsi alle nuove istanze e, se chiedessimo a un campione trasversale di aziende del vino di pubblicare i loro organigrammi (ammesso che ci siano!), troveremo che la stragrande maggioranza è ancora progettata sulla base del modello tradizionale e verticistico, spesso con la classica forma “a pettine” che vede rispondere tutti i collaboratori alla direzione-proprietà.

 

Sono tanti i fattori che ostacolano un’evoluzione, seppur condivisa come necessaria al livello teorico e magari sbandierata a livello comunicativo, ma uno dei principali è l’inerzia dell’ABITUDINE. Ci aiuta a comprenderla un bel passaggio del nuovissimo manuale FACILITARE IL CAMBIAMENTO – lavorare con lo Smart Engagement (2021), scritto a due mani dai nostri amici e partner Filippo Causero e Alessandro Rinaldi, con i quali abbiamo tra l’altro dato vita al progetto THE WINE VILLAGE:

“Prendiamo, ad esempio, le abitudini. Abbiamo già visto come, per lavorare su un cambiamento consapevole, dobbiamo molto spesso mettere in discussione una serie di schemi operativi o mentali consolidati. Ognuno di noi potrebbe  proporre tantissimi esempi presi dalla vita personale o da quella professionale. Per semplificare, possiamo pensare alle abitudini come a quella voce interna che continua a ripeterci una frase che suona più o meno: “Si è sempre fatto così”. Abbiamo sempre l’abitudine di svegliarci a una certa ora, mangiare solo certe cose, seguire determinate routine. Di affrontare un problema lavorativo adottando un certo schema o parlare con un cliente presentando i nostri servizi in un certo modo. Vediamola dal punto di vista di un’organizzazione: abbiamo sempre fatto i nostri progetti seguendo una determinata procedura o abbiamo sempre definito i ruoli utilizzando un certo modello.

Certo: le abitudini ci servono e non possiamo attribuire a questa componente un valore negativo. Senza le abitudini vivremmo in uno stato di sommovimento continuo e non potremmo fissare, nella nostra giornata, alcun punto fisso. Ogni volta dovremmo affrontare una situazione come se fosse la prima volta. L’eliminazione delle abitudini ci porterebbe a vivere le nostre attività come se ci trovassimo in una condizione di amnesia continua. Lo spreco di tempo e di energia sarebbe enorme e la nostra condizione interna legata a una percezione di smarrimento totale.

Il problema nasce, però, quando le abitudini si prendono troppo spazio e diventano rigide e inamovibili. A quel punto, la voce interna che ci dice “Abbiamo sempre fatto così” prende il sopravvento. Non riusciamo a concepire nemmeno la minima possibilità di cambiare i nostri schemi di pensiero o di comportamento. Il nostro modello organizzativo ci sembra impossibile da modificare. Le abitudini diventano una gabbia.”

Nei prossimi articoli che dedicheremo al tema del benessere organizzativo, ci ispireremo ancora a questo importante manuale per esplorare i percorsi che possono aiutare l’evoluzione delle aziende del vino verso modelli di gestione allineati alle istanze dello “smart engagement”.

Nel frattempo, muoviamo i primi passi interrogandoci con onestà su quali delle nostre abitudini organizzative e operative ci ostacolano maggiormente nel nostro cammino di trasformazione.

 

To be continued…

Lo stress test degli Export Manager

Chi fa l’Export Manager ha subito negli ultimi mesi una totale rivoluzione del proprio lavoro ed ancora di più della propria vita.

Ammettiamo che noi siamo tra quelli che spingono all’ottimismo, che vedono opportunità in ogni crisi e possibilità di crescita in ogni cambiamento, ma non nascondiamoci dietro un dito: la situazione di attuale difficoltà rappresenta un fortissimo stress test per tutta la filiera del vino, inclusi, di questo vogliamo parlare oggi, gli Export Manager.

Chi fa l’Export Manager ha subito negli ultimi mesi una totale rivoluzione della propria vita. Chiunque, da Marzo scorso, lo ha subito, ma per chi era abituato a spostamenti continui, ad orari improbabili, ad essere sempre su un aereo, il cambiamento è stato sicuramente maggiore, il modo di lavorare è profondamente cambiato.

 

E se cambia il contesto in cui ci dobbiamo muovere, quale alternativa abbiamo se non cambiare a nostra volta?

When times change, it’s time to change.

Parlando con molti colleghi Export Manager, ci siamo accorti che fortunatamente sono pochi quelli che sono rimasti immobili, in attesa di un ritorno alla “normalità”, ma quello che molti forse ancora devono capire è che l’alternativa al cambiamento, semplicemente, non c’è.

 

Il mondo del vino è, da sempre, un mondo piuttosto lento, con tempi di reazione lunghi, frutto dei tempi che richiede il prodotto, più che di quelli che richiede il business. Siamo abituati, come è sacrosanto, a ragionare per annate, a vedere in vigna il cambiare delle stagioni, ad aspettare mesi per affinare il vino e nessuno può pensare di cambiare questo status, quando parliamo di produzione.

 

Ma se parliamo di commercio, oggi le cose viaggiano e cambiano ad una velocità incredibile. Ciò che pochi mesi fa era attuale, ora è sorpassato, quello che sembrava impossibile, ora è dietro la porta, o forse già ha varcato la soglia ed è entrato nella nostra stanza. Sta a noi accorgercene, accogliere il cambiamento e sfruttarlo a nostro vantaggio.

 

Lo stress test sta proprio qui.

Un Export Manager, oggi, deve avere la bravura, ma anche una dose di fortuna non guasta, di capire quali siano i trend per il prossimo futuro, deve saper decidere come muoversi e come operare, come intercettare il nuovo modo in cui i clienti ed i consumatori comprano il vino, deve conoscere gli strumenti ed avere le antenne sempre pronte per recepire i rumors, i più leggeri cambi del vento, leggere tra le righe.

Il competitor di un Export Manager oggi può essere un ragazzo appena uscito da un corso, con poca esperienza di vino ma bravo e veloce a muoversi sui social, così come può essere un professionista che si è rimesso sul mercato.

 

A nostro avviso c’è solo un modo per superare lo stress test, ovvero mantenere un atteggiamento aperto di curiosità, essere i primi ad accogliere il cambiamento, sperimentare e soprattutto mantenersi formati. Impariamo nuove cose, facciamo corsi adatti al nostro livello di professionalità, perché il mondo del vino ha bisogno di professionalità e preparazione, non solo di forza di volontà o di una buona lista di contatti.

Un Export Manager già introdotto, oggi, deve rivolgere la sua attenzione a corsi Executive, per migliorare le proprie skills, perché il neofita di cui abbiamo accennato, per antonomasia più veloce, probabilmente ha già fatto l’iscrizione ad un corso introduttivo, che lo catapulta direttamente nel mercato del lavoro.

 

Partecipa anche tu al Campus Executive Alta Formazione per Export Manager, e richiedi informazioni  scrivendo a formazione@winepeople-network.com, potrai parlare con i formatori, trovare la formula più adatta a te e continuare ad essere vincente sul mercato.

Il Coronavirus ci fa sperimentare anche il razzismo

Sono tanti i produttori e manager del vino del nostro Paese che stanno toccando con mano cosa significa essere discriminati solo per essere italiani

Tra le tante conseguenze possibili del Coronavirus non avremmo mai immaginato che ci avrebbe anche fatto toccare con mano la drammatica esperienza del razzismo.
L’avevamo già vista nei confronti della comunità cinese del nostro Paese che ha dovuto subire non poche manifestazioni di razzismo quando sembrava che questo maledetto virus non avrebbe mai superato la Grande Muraglia.
Ora che lo stiamo vivendo anche sulla nostra pelle pure noi italiani siamo vittime di numerosi atti in qualche misura razzistici in varie parti del mondo, a partire da un Paese che fino a pochi giorni fa ritenevamo un grande amico, gli Usa.

Un esempio eclatante su questo fronte ci è arrivato in questi giorni da una brava collega connazionale che da alcuni anni vive in California, Laura Donadoni, che più volte ha collaborato anche con il nostro magazine.
Dal suo profilo Instagram (account theitalianwinegirl) ha lanciato due giorni fa un duro “j’accuse” contro quegli organizzatori di eventi, importatori, distributori che in questo periodo non vogliono incontrare produttori e manager del vino italiani.

La Donadoni ha riferito, ad esempio, mostrando anche una mail, che una nota location di New York ha richiesto espressamente a James Suckling, noto critico americano che in questi giorni sta tenendo il suo evento negli Usa, di non invitare italiani alla sua manifestazione perché altrimenti non avrebbe messo a disposizione la propria struttura.
Stesso umore, ha spiegato la Donadoni, si è respirato sempre in questi giorni negli eventi organizzati negli Usa nell’ambito dei “Tre Bicchieri del Gambero Rosso Tour”, dove più di qualche buyer statunitense ha manifestato disagio nell’incontrare produttori o manager italiani.
Un produttore veneto, inoltre, ci ha raccontato sempre in questi giorni che la propria export manager presente al Vinexpo di New York non ha potuto partecipare ad un evento dove era stato espressamente richiesta la partecipazione dell’importatore e non del rappresentante dell’azienda italiano.
Certo, si potrebbe obiettare che non si tratta di una forma di razzismo nel senso più classico, che vivono drammaticamente molti uomini e donne colpevoli solo di avere un colore della pelle diverso o provenire da Paesi non considerati culturalmente “evoluti”.

Ma attenzione, non sottovalutiamo questa tipologia di atteggiamenti che comunque nascondono la cronica paura delle diversità e al tempo stesso evidenziano il dubbio che in determinati Paesi vi sia un’arretratezza che provoca l’ingresso a virus come quello che stiamo conoscendo in questi mesi.
Se prima erano i cinesi “a mangiare topi vivi”, adesso siamo noi ad essere considerati quelli della “pizza al Coronavirus”.
Si fa presto a dimenticare, quindi, secoli di progresso civile, di rispetto delle diversità.
È bastato un seppur subdolo virus a mandare all’aria quell’apparente senso civico, quel doveroso rispetto di ogni essere umano.
È bastato un virus sicuramente preoccupante per farci tornare alla caccia alle streghe, al “dagli all’untore”, manzoniano.
Anche questi atteggiamenti devono farci riflettere. Soprattutto noi del vino che pensavamo, grazie anche a questo nostro straordinario prodotto di aver avvicinato il mondo, di aver agevolato le relazioni tra uomini e donne di culture diverse.

Non dobbiamo, pertanto, preoccuparci “solo” degli aspetti sanitari, di quelli economici ma anche di quelli sociali.
Non darsi la mano per qualche mese non significa, quindi, dimenticare che siamo tutti uguali, tutti fragili di fronte a nemici invisibili che possono essere combattuti solo attraverso la condivisione e non le pericolose divisioni.
Speriamo che anche su questo fronte questa esperienza, sicuramente difficile, sia in grado di farci crescere.

Lavorare nel mondo del vino: come trovare lavoro e rendersi riconoscibili? Alla base una conoscenza approfondita.

Sono tanti gli aspiranti candidati manager del vino, il percorso da affrontare non è semplice, ma alcuni accorgimenti e attenzioni possono favorire l’apertura delle porte giuste per entrare in questo affascinante mondo.

Nel panorama economico produttivo italiano, uno dei settori che in questi ultimi anni ha visto crescere maggiormente il proprio appeal nei confronti di manager e professionisti è sicuramente il mondo del vino. Il fenomeno è probabilmente dovuto a un concorso di cause diverse. In primis, l’espansione dei consumi di vino nei mercati internazionali ha provocato una vera e propria corsa all’oro da parte di un frammentatissimo panorama di produttori, che inizialmente hanno contato sulle proprie forze per far fronte a tutte le attività aziendali, dalla gestione della vigna alla scelta delle etichette del vino, ma progressivamente si sono resi conto di aver bisogno di nuove energie e professionalità specifiche. Al tempo stesso, la crescita di competenza e interesse per il prodotto-vino da parte dei consumatori ha creato spontaneamente in alcuni il desiderio di conciliare questa passione con il lavoro: di qui il tentativo di proporsi per ruoli di vario tipo all’interno delle aziende vinicole italiane.
Purtroppo questo desiderio si è finora scontrato con una certa resistenza del settore ad aprirsi alla “contaminazione” professionale da parte di chi ha maturato esperienze in ambiti diversi, preferendo perpetuare il “giro delle sedie” tra i manager che già militano nelle aziende vinicole italiane.

In questo primo articolo cercheremo di offrire agli aspiranti candidati che vogliono entrare nel mondo del vino una panoramica del settore vitivinicolo chiarendo alcuni punti utili alla ricerca di una posizione lavorativa al suo interno, vedremo in seguito anche quali siano i profili professionali più ricercati, perché ovviamente per trovare lavoro in questo settore così articolato è necessario prima di tutto conoscere cosa si sta cercando.

Il settore vitivinicolo offre oggi numerose opportunità professionali, ma si deve sempre tenere bene in mente quale sia il punto di osservazione: sono le aziende che cercano, non il contrario. Cercare di forzare questa barriera significa gettare una piccola esca in un oceano, con due effetti garantiti: non attrarre le aziende e apparire al tempo stesso “disperati”.

Non c’è nulla di male nel cercare lavoro in un’azienda vitivinicola, ma è decisamente preferibile seguire la richiesta, non illudersi di stimolarla.
Questo importante pre-requisito nell’ambito dell’offerta professionale rivolta al mondo del vino dovrebbe spingere i potenziali candidati a fare una serie di attività al fine di farsi trovare pronti.

La prima tra tutte le attività da fare è quella di conoscere bene i fabbisogni in ambito risorse umane delle aziende del vino. L’analisi non si deve limitare però solo ai fabbisogni in termini di ruolo, ma si deve spingere fino a comprendere quali siano le competenze richieste per entrare o migliorare la propria posizione all’interno del settore vino.

Oggi il candidato “migliore” è colui che ha una visione aperta, in costante evoluzione, che conosce i suoi punti di forza ma anche i suoi limiti ed è in grado di capire velocemente per quali aziende potrebbe essere utile e per quale tipo di funzione. È un candidato più aperto all’ascolto (dei fabbisogni) e meno preoccupato di apparire “perfetto”.
L’incontro professionale è un matrimonio di interesse dove sono tanti gli aspetti che devono combaciare, si tratta di un vero e proprio percorso fatto da un continuo scambio e da una formazione attenta e mirata, non di un CV pieno di titoli o di grandi esperienze.

È vero, è difficile entrare nel mondo del vino.
Vi sono tante ragioni alla base di questa difficoltà, a partire da quelle “culturali”, ci sono poi delle motivazioni oggettive, legate a una filiera lunga e complessa, alle peculiarità del prodotto, a dinamiche di mercato in alcuni casi davvero uniche e peculiari.
Si tratta insomma di un mondo chiuso. Ma le cose stanno cambiando e, per certi aspetti, ad una velocità abbastanza sorprendente considerando che stiamo parlano del comparto vitivinicolo, atavicamente restìo ai cambiamenti!
E le cose stanno cambiando per una ragione molto semplice: per necessità imposte dal mercato.

Cosa è importante fare?
Per essere ancora più precisi è fondamentale conoscere in profondità i seguenti aspetti:

  • l’attuale struttura produttiva del sistema vitivinicolo italiano;
  • le evoluzioni dei mercati, a partire da quello italiano;
  • le nuove modalità di presidio del mercati;
  • le tecniche di vendita del vino;
  • le norme che regolano la produzione;
  • i modelli di marketing del vino (e del territorio) più evoluti;
  • le modalità di comunicazione (quelle tradizionali e quelle più innovative).

La conoscenza approfondita è alla base di tutto e oggi pensare di poter entrare a lavorare nel mondo del vino solo perché dotati di passione per il prodotto e di una buona capacità di adattamento rischia di non essere sufficiente.

Certo siamo convinti della forza delle “contaminazioni”, ovvero dell’importanza di fare entrare nel comparto del vino risorse di altri comparti, ma è vero anche che questi “nuovi arrivati” devono seguire un’adeguata formazione.
In questo tutta l’offerta formativa sostenuta da Wine Meridian all’interno del progetto “Campus” di WinePeople è un rapido ed efficace mezzo per agevolare l’apertura delle porte di questo mondo così affascinante e diventare una delle figure centrali del settore vinicolo.

Per maggiori informazioni sui Campus 2020 scrivi a formazione@winepeople-network.com

In un prossimo articolo parleremo di competenze, ruoli professionali ricercati e degli errori da evitare nel presentare la propria candidatura.

Per approfondire l’argomento consigliamo inoltre la lettura di “Talenti per il vino

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COME COSTRUIRE UNA VISION AZIENDALE DA UN SOGNO

Scopriamolo assieme ai partecipanti del Campus Impresa, la scuola degli imprenditori.

Roberto, Fabio, Antonio, Angelo, Elena, Borja, Francesca, Stefania, Lorenzo. Cos’hanno in comune? Il fatto di essere “compagni di scuola”! Certo, si direbbe che tutti abbiano superato da un pezzo l’età per i grembiulini e le cartelle, ma qualche giorno fa, nella nostra sede Wine People, ci è sembrato proprio di essere al “primo giorno si scuola”!

Accolti con caffè e brioches, muniti di tablet e blocco per gli appunti, e tanto entusiasmo, hanno inaugurato questo ricco progetto, condotto da Fabio Piccoli, che porterà i nostri imprenditori, a svolgere un percorso avvincente e impegnativo. Avvincente perché, nonostante la comprovata esperienza di tutti, sarà una formazione che porterà i corsisti a sviluppare dei metodi pratici per monitorare le loro aziende, soprattutto nell’aspetto della distribuzione. Impegnativo perché, richiederà una notevole capacità di analisi, l’esaminare, seppur guidati, la propria conduzione aziendale, e mettere in discussione le strategie adottate fino a questo momento per creare la propria attività nel settore vitienologico.

Perchè alcuni hanno scelto questo percorso? Perchè sono lungimiranti, e hanno intuito che non è sufficiente “fare”, ma è necessario “fare bene” per non vanificare tempo, investimenti, risorse, sogni. Si, anche sogni, perché tutti loro, con presupposti diversi, hanno dato vita ad aziende che , per quanto piccole, rispecchiano un’idea, nata prima a livello embrionale, e poi portata avanti con passione e tanto lavoro.

In fondo, i fallimenti attraverso cui ognuno di loro è passato prima di arrivare qui, sono stati “la molla” che ha permesso loro di superare delle sfide, e costruire una visione creativa, che ha permesso loro di poter intraprendere progetti imprenditoriali di un certo spessore. Effettivamente, si vive “di visioni”, di immaginazione: cosa fare, chi incontrare, dove andare, che obiettivi si vuole raggiungere. Avere troppe cose da seguire, non lascia spazio alla creazione di visione e di strategie.

La formazione richiede una sorta di “stop”, un ritorno a se stessi, e questo, i nostri corsisti l’hanno capito bene. Nonostante tutti i loro impegni, e le responsabilità, hanno scelto di fermarsi, un giorno al mese, per prendersi il tempo di crescere, imparare, confrontarsi, discutere, fare un “check-up” della loro azienda. Sarà interessante, in questi mesi di training, capire meglio ognuno di loro, e scoprire dietro alle loro strategie imprenditoriali quali progetti sono stati pensati e coltivati a lungo, prima di essere concretizzati in una mission e in strategie ben precise.

Il lavoro che faremo insieme, sarà quello di delineare, in maniera quasi sartoriale, la modalità più efficace possibile per poter esprimere la specificità di ogni realtà imprenditoriale dei corsisti. Non dobbiamo dimenticare, che oltre alla varietà di vini, alla diversità delle denominazioni che producono, sono ambasciatori di una storia, legata spesso ad una famiglia, ad un territorio (vengono da ogni parte d’Italia, isole comprese!), a un contesto culturale che caratterizza, e arricchisce, inevitabilmente, l’espressione del loro lavoro. Spesso, soprattutto per chi gestisce aziende medio piccole, valutare in maniera obiettiva le possibilità che questo patrimonio di conoscenze ed esperienze può offrire, non è semplice, perché si è costretti a fare i conti con tutte le dinamiche aziendali più tecniche e pratiche, che coinvolgono l’intera filiera.

Riconoscibilità, specificità e identità, non sono solo parole che fanno rima, ma concetti che andrebbero scomposti nei loro significati più complessi, e valorizzati, partendo proprio da quella forza propulsiva che è la visione di una realtà concreta e particolare.

Potrebbe essere un facile slogan, quello di riprometterci di “far diventare i sogni realtà”, ma a tutti gli effetti, agli imprenditori che hanno deciso di intraprendere questo interessante percorso di auto analisi e di riscoperta della propria identità aziendale, è proprio questo che insegneremo a fare! Trasformare idee, passione e impegno, in risultati concreti ed efficaci, per poter continuare a sostenere, come sempre, il primato del vino italiano nel mondo.